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Reportage e testimonianze

La prima volta in Africa, un Natale in Hisani
  guarda

Asante sana Hisani!!
Quando ho preparato la valigia per questo viaggio speciale, non sapevo esattamente cosa avrei trovato “laggiù”, in quel continente così lontano da me, che tanto ho “rincorso” con la mente e con il cuore fin da quando ero una bambina, come una sorta di richiamo... E soprattutto, non sapevo cosa aspettarmi dall’incontro con i bambini. Mille domande affollavano la mia mente.. Una fra tutte: “Ce la farò? Sarò all’altezza di questa missione?”. Un misto di paura ed eccitazione. Credo sia normale, quando si affronta per la prima volta un’esperienza così, per quanto adulta tu possa essere...
Ma ora il momento è arrivato per davvero. IL SOGNO E’ DIVENTATO REALTA’ e chiede solo di essere vissuto.
Improvvisamente sei catapultata in un altro mondo, che finora hai solo potuto immaginare. Un insieme di nuovi suoni, colori, sapori, odori. Qualche giorno per ambientarsi te lo devi concedere, ma poi.. boom.. un tuffo al cuore. Capisci che resterà per sempre dentro di te, con tutte le sue sfaccettature, tutti i suoi lati positivi e negativi. E’ L’AFRICA! Dormi sotto ad una zanzariera; ti togli le scarpe prima di entrare in casa; sulla soglia, chiedi permesso “HODI” e attendi di essere invitato ad entrare con un sonoro “KARIBU”. Mangi seduto per terra, con le mani talvolta. Metti un telo “KITENGE”, che ti copra le gambe, per poter entrare in Chiesa la domenica. Qui, l’insieme dei suoni e delle voci melodiose dei Fedeli, che si fondono alla perfezione, ti rapiscono e infondono in te NUOVA ENERGIA. Anche tu sei invitato a partecipare e allora ringrazi con un sonoro “ASANTE BABA”, GRAZIE PADRE. Intorno, tutti ti salutano “JAMBO”, “MAMBO”. L’impressione è che, non importa da dove tu venga o chi tu sia, sei sempre “KARIBU SANA”, il BENVENUTO.
Quando si aprono di fronte a te, per la prima volta, le porte dell’ORFANOTROFIO HISANI, il tuffo al cuore ce l’hai da subito. I bambini, tutti radunati, ti scrutano prima da lontano. Poi, nell’attimo di un istante che sembra eterno, si fiondano su di te, ti abbracciano, ti baciano, ti cercano, ti fanno domande. COME SE TI STESSERO ASPETTANDO DA SEMPRE. E TU TI SENTI, COME SE FOSSI LI’ DA SEMPRE.. PER LORO.
Lo sapevo già da prima, ma ora ne ho la certezza. Ne è valsa la pena. Di affrontare un viaggio così lungo, i vaccini, la preparazione, di restare senza neanche un giorno di ferie al lavoro. Solo un pensiero aleggia nella mente: ne è veramente valsa la pena.
Subito realizzi che vorrai fare di più per loro, per quei bambini che nella frazione di un secondo, sono già diventati “I TUOI WATOTO”. Tutte le paure e le incertezze che avevi prima della partenza, svaniscono dentro alla profondità e alla sincerità di quegli occhioni scuri, che sembrano guardare dentro di te e arrivano dritti fino al tuo cuore. Come quelli di Daniel, soprannominato baby Dani. Un angelo di 5 mesi, arrivato in Hisani negli stessi giorni in cui siamo arrivati noi, subito diventato la mascotte dell’orfanotrofio! Tutti fanno a gara per tenerlo in braccio e coccolarlo.. Io per prima!! Ha completamente rapito il mio cuore...
I giorni scorrono incredibilmente veloci tra balli, canti, giochi, riflessioni, preghiere, lacrime, risate. Ma bisogna pensare anche a progetti più concreti, c’è bisogno di agire per migliorare la casa dei watoto. C’è tanto da fare e, visto che durante la settimana i bambini sono impegnati con la scuola, di tempo ce n’è in abbondanza. Non resta che rimboccarsi le maniche e partire!!
Assieme a miei compagni di viaggio, siamo partiti ristrutturando la scuola. Questa stanza viene utilizzata dai bambini fino ai 7 anni, che seguono le lezioni con Mamy Grace e dai ragazzi più grandi, che di giorno frequentano la scuola al di fuori di Hisani, per lo studio e l’approfondimento serale con altri insegnanti. E’ stata una settimana di lavoro intenso, che ha portato però ad un grande risultato. Alcuni bambini tra i più grandi, ci hanno aiutato. Il desiderio di Mamy Grace era che loro potessero vedere ed imparare come si fanno certi lavoretti. Il giorno “dell’inaugurazione” è stato entusiasmante. Tutti i bambini sono entrati, e guardavano le pareti colorate e disegnate con l’aria stupita e divertita. Mamy Grace, visibilmente commossa, ha tenuto una lezione speciale per noi, che, però, bisogna ammetterlo, come alunni siamo stati parecchio confusionari e mooooooooolto difficili da gestire!!! J
Nel corso della seconda settimana abbiamo invece pulito a fondo e risistemato Il locale mensa. Il caso ha voluto che assieme ai giochi, vestiti e al materiale per la scuola portati dall’Italia, ci fossero anche delle tovagliette di plastica, lavabili, che abbiamo usato per rivestire i tavoli, per dare colore e far divertire i bambini anche durante i pasti!
Il penultimo giorno ci siamo recati in città con Mamy Grace. Girando per negozi, abbiamo deciso di acquistare detersivi, maglioni, lenzuola e pannolini lavabili per i bambini più piccoli. I pannolini usa e getta costano veramente troppo e questi sono decisamente più funzionali. Per il momento li abbiamo trovati della misura giusta per il piccolo Daniel e per Nestori, ma ne serviranno altri…
Il giorno che in assoluto ricorderò di più, è quello in cui sono stati consegnati ai bambini più piccoli i giocattoli portati dall’Italia. E’ impossibile descrivere la loro meraviglia e la loro gioia. Correvano impazziti per tutto l’orfanotrofio, urlavano, ridevano, piangevano dalla felicità... Ed io con loro... In quel momento, più che mai, ho capito che davvero quella era LA STRADA GIUSTA, come recita lo slogan che abbiamo dato alla nostra Missione. Avrei voluto che tutte le persone, che ci hanno supportato, raccogliendo i giochi, i vestiti, donando, fossero state lì, a vedere con i loro occhi, ma soprattutto con i loro cuori, quella meraviglia… Vedere come UN PICCOLO GESTO SIA DIVENTATO QUALCOSA DI VERAMENTE GRANDE.
Al contrario, dell’ultimo giorno in Hisani ho un ricordo vago. L’emozione è stata troppo forte. Ricordo solo abbracci, pianti, risate, musica africana di sottofondo e un cielo meravigliosamente stellato, ad accompagnare il nostro saluto a quella Terra magica e a quei sorrisi, spontanei, meravigliosi, carichi di affetto incondizionato.
Tornata in Italia, la mancanza dei miei watoto si fa sentire prepotentemente. Il pensiero va spesso a loro. La consapevolezza è quella che da qui potremo fare tanto, raccogliere nuovi fondi, organizzare iniziative per promuovere la conoscenza e l’aiuto… Mantenere, insomma, la promessa che abbiamo fatto quando siamo venuti via, “non vi dimenticheremo” … E questo è l’impegno che ho preso anche con me stessa. E’ UN ARRIVEDERCI, non un addio.
Scrivere di questa esperienza non è facile. Vorrei trovare le parole migliori, affinché tutte le emozioni che ho vissuto, potessero arrivare a chi legge, nello stesso modo e con la stessa potenza di come hanno invaso il mio cuore… Spero in qualche modo di esserci riuscita...
Alla fine di questo mio “racconto”, desidero ringraziare di cuore Margherita, per avermi dato l’opportunità di vivere questa straordinaria esperienza. La nostra super Mamy Grace, che ci ha accudito e coccolato per tutto il soggiorno. La nostra nuova amica Bright, che ci ha accompagnato in tante avventure in città e che ha sopportato le nostre “manie tipicamente occidentali” J Fred e tutte le Mamy che lavorano in Hisani, che hanno collaborato con noi e ci hanno accolto a braccia aperte. I MIEI WATOTO, PER TUTTO L’AMORE CHE MI HANNO SAPUTO DONARE, che è solo una minima parte di quello che io posso aver dato loro.
Infine, non posso non ringraziare i miei compagni di viaggio LUCA, VALENTINA, JASMINE, MONICA per avermi supportata e sopportata in questa esperienza ;-)
Non posso dire altro che ASANTE SANA!!

Sabrina


Ricordi dall'Africa
Ricordo ancora i giorni in cui presi questa decisione.
Non dormivo la notte, pensavo e ripensavo. Parto o non parto? Si parto, vado! Dopo lotte con mamma e papà e continui appoggi da amiche a me strette decisi di prenotare. I mesi prima della partenza non passavano mai, ma i peggiori furono gli ultimi giorni qui in Italia. Interminabili! Ma con tanta fatica arrivo anche il 10 agosto e giuro che quelle manine che mi accolsero prima accarezzandomi il viso e poi stringendo le mie mani, così piccole ma così calde, mi fecero capire il perché le cose belle hanno il passo così lento!
Ricordo ancora la prima volta che le porte di Hisani si aprirono a me e alla mia seconda famiglia, i miei compagni! Perché dopo questo viaggio ho capito quanto non posso più fare a meno di loro.
Tanti piccoli cuccioli corsero verso di noi abbracciandoci e tanti altri rimasero lì a scrutarci.
Giorno dopo giorno riuscimmo ad entrare nei cuori di tutti! I giorni volarono tra canti,balli, risate e coccole, tantissime coccole! Hanno un modo di amare fatto tutto a modo loro e non esiste amore più vero e più sincero! Che divertimento stare con loro. Che bello vedere il loro senso di protezione nei nostri confronti. Le lunghe camminate domenicali per andare a messa cantando e saltando.
L'eccitazione di arrivare al campo per giocare a pallone!
Le urla di felicità perché la domenica si guardava il cartone facendo merenda con i biscottini al profumo di cocco. Volarono così in fretta che arrivó anche il giorno della partenza.
Non posso descrivere il dolore del distacco.
Non posso contare i miliardi di lacrime versate. Certe emozioni si fa fatica a descriverle. Certi amori non si possono spiegare.
So solo che ho capito che il mio posto nel mondo è lì con loro.
So solo che loro ormai vivono dentro me.
Ora mi ritrovo ancora al punto di partenza, a contare i giorni e i mesi per arrivare ad agosto.
Voglio tornare a casa. Sento ancora il profumo della loro pelle.
Voglio tornare da "MamaAfrica!".
Ad ogni persona che ora mi chiede di raccontare la mia esperienza per ultimo c'è una cosa che dico, a tutti: "andate ad Hisani e capirete cos'è l'amore, capirete cosa prova adesso il mio cuore e capire il perché io adesso quando dico casa intendo l'Africa.

Jasmine Paradiso
Diario di un Natale speciale all'orfanotrofio Hisani
Finalmente si parte!!!! Dopo 3 anni dalla mia prima esperienza in Tanzania presso l'orfanotrofio Hisani, ecco un'altra occasione da prendere al volo per festeggiare il Natale ed il nuovo anno in un posto particolare e magico con 11 amici volontari desiderosi di rendersi utili. Sabato 23 dicembre siamo partiti entusiasti ed ottimisti. Dopo una giornata di volo, lo spuntare del sole sotto l'ala dell'aereo all'alba di domenica è stato spettacolare, il territorio tanzaniano ha iniziato a delinearsi e dopo un volo interno da Dar Es Saalam, siamo atterrati a Mwanza.

Fred, il direttore dell'Hisani, ci ha accolto in aeroporto con un suo collaboratore ed ha caricato noi e una quantità di valigie piene zeppe di vestitini, quaderni e giochi portandoci nel nuovo compound, spazioso e molto accogliente, che dista pochi metri dall'orfanotrofio. Siamo stati accolti da Grace, la nostra bravissima cuoca che ci ha preparato pasti squisiti e dalla sua bambina Maria. Nel pomeriggio è arrivato il momento tanto atteso. Ci siamo presentati al cancello di ferro dell'orfanotrofio ed abbiamo bussato. Alcuni bambini hanno sbirciato dalle fessure ed hanno iniziato a gridare "mzungu" (uomo bianco) ed all'apertura del cancello siamo stati piacevolmente assaliti da più di un centinaio di bambini festosi che si sono aggrappati a noi sommergendoci con il loro calore.

E' sempre una bella sensazione essere abbracciati da questi "cioccolatini" che non chiedono altro che essere coccolati e vezzeggiati. Per i volontari alla prima esperienza, tanta commozione e lacrimuccie che sgorgavano senza vergogna. La mattina di Natale è stata caratterizzata dalla scelta dei regali in base all'età dei bambini cercando di accontentare tutti. Dopo aver pranzato in orfanotrofio, la consegna dei giochi e' avvenuta tra stupore e felicità in maniera tranquilla e ordinata com'è la caratteristica di questi 140 bambini che non avendo niente a disposizione, si accontentano di poco regalandoci sorrisi e abbracci. Per loro è stato un Natale speciale e ricco perché nel pomeriggio anche due rappresentanti di una banca locale hanno distribuito doni e dolci.

Ma le sorprese non sono finite a Natale. Il giorno successivo, con un pulmino stracarico di oltre 100 bambini, le loro "mamy", e noi con una jeep, abbiamo trascorso alcune ore su una spiaggia del lago Vittoria dove i più intraprendenti si sono tuffati nelle acque tra schiamazzi e giochi.
Oltre ad allietare i bambini, il nostro proposito era di svolgere alcuni lavori, essendoci tante braccia in una volta sola bisognava approfittarne!!! Nei giorni successivi ci siamo dati tutti un gran daffare; abbiamo tinteggiato e pulito l'aula didattica, riparato i banchi della classe ed alcune assi del piccolo anfiteatro, rimesso in funzione la pompa del pozzo, aggiustato porte e altre piccole riparazioni.
Come ricompensa, la sera del 30 dicembre, ci siamo concessi una cena in un ristorante sul lago Vittoria. Il 31 dicembre 5 compagni di viaggio hanno lasciato l'orfanotrofio per trascorrere qualche giorno a Zanzibar prima di rientrare in Italia. Noi 7 volontari rimasti abbiamo invece optato per visitare il parco nazionale del Serengeti e Ngorongoro che dista solo 130 km da Buswelo, trascorrendo 4 giorni immersi nella natura tra migliaia di animali a poca distanza da noi e facendo visita a due tribù partecipando alla loro vita quotidiana.
Una bella esperienza da provare.
Al nostro rientro in orfanotrofio, siamo stati accolti dai bambini ancora con più calore e gli ultimi quattro giorni del nostro soggiorno in Tanzania sono stati molto intensi ed operosi. Abbiamo ritinteggiato le zone esterne dell'anfiteatro dove i bambini giocano e trascorrono gran parte del loro tempo ed è stato fatto anche un censimento di tutti i bambini e ragazzi (144 di cui 25 affetti da disabilità o malattie croniche) con intervista e foto.
Il penultimo giorno è stato molto movimentato in senso positivo; al mattino con l'arrivo della prima lavatrice come aiuto alle 10 "mamy" che lavano e stendono panni tutto il giorno e il pomeriggio dal "Nutella party “, una piacevole sorpresa che i bambini hanno gradito molto, soprattutto i più piccoli che non smettevano di leccarsi le dita!!! Purtroppo e' arrivato l'ultimo giorno del nostro soggiorno ed anche i bambini, informati della nostra partenza, con i faccini tristi ci dicevano "kesho Italia" (domani andate in Italia); li abbiamo tranquillizzati e non ci siamo lasciati con un addio ma con una promessa di "kwaheri Hisani" (arrivederci Hisani). Chi deciderà di fare un'esperienza di questo tipo sarà ampiamente ripagato perché tornerà con un bagaglio di conoscenze più ricco ed è una lezione di vita che ognuno porterà dentro di sé.
Graziella – Natale 2017

 
 
Ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi
Durante i miei viaggi mi sono sempre riproposta di vivere intensamente ogni momento senza soffermarmi troppo ad analizzare gli avvenimenti; penso che il tempo giusto per i bilanci debba essere una volta rientrati a casa. Solo così, secondo me, si possono vivere tutte le emozioni pienamente.
Fatta questa premessa, ricordo di essere stata rapita da un sacco di pensieri durante il tragitto di ritorno verso l’aeroporto: guardavo fuori dal finestrino e i pensieri sgorgavano liberi ed incontenibili. Vi chiedo scusa fin da ora se commetterò errori o strani giri di parole: spero, comunque, di riuscire a trasmettervi la mia emozione nel ricordare persone uniche ed indimenticabili. Per me, Hisaini e la Tanzania in una sola parole sono stati COLORE.
Ho trascorso, insieme al mio fidanzato Marco, due settimane in Tanzania: siamo stati prima qualche giorno presso un orfanotrofio a nord-ovest, vicino a Kigoma, per poi spostarci a Mwanza, dove abbiamo trascorso una settimana nell’orfanotrofio Hisaini. L’orfanotrofio si trova in un sobborgo di Mwanza, a circa mezz’ora di macchina, ospita tantissimi bambini di tutte le età.
A pochi passi dall’orfanotrofio vi è la guest house per i volontari: noi abbiamo soggiornato lì e siamo stati coccolati ed accuditi da Fred, il direttore dell’orfanotrofio, e da alcune ragazze. Provvedevano ai nostri pasti e ci accompagnavano in orfanotrofio od ovunque avessimo esigenza di andare sempre con estrema gentilezza e sorrisi immensi.
Uno dei momenti maggiormente impressi nella mia mente è la prima mattina in cui siamo andati con Fred a conoscere i bambini: mi ricordo che siamo entrati da un grande cancello e ci siamo trovati di fronte tanti piccoli intenti a fare colazione.
Ci siamo studiati entrambi per pochi secondi e poco dopo tutti i bimbi ci sono corsi incontro: avveniva così tutti i giorni due volte al giorno.
Ogni volta che arrivavamo era una grande festa.
Era il momento più bello della giornata, ma anche il più difficile: perché non avevamo abbastanza occhi, non avevamo abbastanza mani.
Alcuni visi sono indelebili nella mia mente: chiudo gli occhi e li rivedo.
Li rivedo che mi guardano, in attesa di un abbraccio, in attesa di uno sguardo.
Ogni momento era buono per lottare a chi poteva tenerci per mano e io avrei tanto voluto avere delle mani più grandi.
Questi bimbi non hanno giochi: di per sé è già una cosa oggettivamente triste in quanto sembra un ossimoro. I bambini, in quanto tali, dovrebbero solo giocare. Loro non hanno giochi ma giocano con tutto: olive, pulcini, pezzi di plastica. Il niente diventa il loro tutto.
La struttura è molto bella: ci sono due camerate grandi (una per i maschietti e una per le femminucce), c’è una cucina, c’è una sala dove a turni si mangia, c’è un’aula per far lezione. Esternamente c’è molto spazio dove i bambini possono stare ed al pomeriggio, ogni giorno, arriva un parrocco della zona e li fa cantare tutti insieme.
Fred è molto disponibile e ci siamo trovati molto bene con lui; grazie anche al suo aiuto siamo riusciti a comprare vari materassi, rivestimenti, ciabatte e a fare una sorta di festa di arrivederci a base di gelato. Fred ci ha sempre aiutati quando volevamo organizzare qualcosa; accompagnandoci, parlando con noi e si è sempre mostrato disponibile, accogliente e felice della nostra presenza. Ci ha fatto sentire a casa fin dal primo momento in cui l’abbiamo visto. Era bellissimo vederlo giocare con i bambini; dedica loro tutto il suo tempo ed il suo affetto. Abbiamo avuto il piacere di conoscere e trascorrere del tempo con i bimbi albini ospitati nell’orfanotrofio. Una dolcezza senza confini.
Nell’orfanotrofio ci sono 7 mumy che si occupano di tutto e fanno letteralmente i salti mortali: con noi sono sempre state estremamente gentili ed ospitali. Le mumy sono aiutate nelle loro attività dalle ragazze più grandi che nel frattempo studiano.
Ho notato una certa rassegnazione verso il futuro: una grande differenza, per cui dovremmo sentirci fortunati, è la possibilità di poter sognare un futuro e di poterlo scegliere. I ragazzi in Tanzania spesso, oltre a non poter scegliere, perdono anche la possibilità di sognare.
Credo che sia stata un’esperienza unica per me: contraddistinta da momenti spensierati e da momenti talvolta difficili.
Difficili ma costruttivi. Conoscere significa in qualche modo entrare nelle scarpe dell’altro e percorrere parte del suo percorso, lasciando qualcosa di te e prendendo qualcosa dell’altra persona reciprocamente. Porterò nel mio cuore le espressioni delle persone che ho incontrato, i nostri discorsi, i giochi e le giornate trascorse insieme.
Consiglio a chiunque abbia la possibilità, la voglia, la flessibilità per fare un’esperienza di questo tipo di mettersi in viaggio perché sicuramente torneranno con un bagaglio più ricco.
Grazie a Margherita che ci ha dato la possibilità di conoscere i bambini dell’Hisaini, grazie a tutti quelli che collaborano con l’associazione, grazie all’Africa perché è vera e pura.

Federica

La forza delle parole
"Io credo che chiunque ami scrivere dentro di sè abbia un'unica vera grande speranza: emozionare, trasmettere qualcosa e far riflettere le persone che leggono le tue parole. Si potrebbe definire una "missione" e quando ci riesci penso che ti ritorna indietro tantissimo, fondamentalmente senza aver speso nulla, solo facendo quello che ami fare di più, ovvero, raccontare.
Io Flavia l'ho vista nascere, io e sua sorella siamo cresciute insieme, i nostri genitori sono persone che si sono conosciute portando le bambine a scuola e che hanno stretto un rapporto che dura ancora oggi, dopo 20 anni.
Io un bel giorno sono partita per la Tanzania e Flavia leggeva quello che io avevo da raccontare sull'esperienza più sconvolgente e bella della mia vita. E con lei ci sono riuscita. Senza spettacoli di beneficenza o preghiere varie ed eventuali. Lei ha letto le mie parole e ha capito. Non ha avuto bisogno di nient'altro.
Un giorno mi ha scritto: "Puoi contare sul mio aiuto, pensavo di mettere un po' dei miei risparmi ed evitare l'ennesimo paio di scarpe,quindi magari si potrebbe arrivare a una sommetta simpatica anche con il contributo di qualcuno dei miei conoscenti! Spero di scriverti dandoti buone notizie".
Abbiamo parlato poi della difficoltà di convincere la gente che quando si tenta di raccogliere del denaro da mandare ai bambini, laggiù, in Africa, non sempre dietro ci stanno imbrogli e gente senza scrupoli. Ma io, per l'ennesima volta, ci metto la faccia. E stavolta con me anche Flavia e i suoi amici che hanno contribuito a mandare dei soldi che per noi sono nulla, ma che per i bimbi di Hisani invece possono fare la differenza.
Grazie Flavia per la tua sensibilità, grazie a nome dell'associazione Filippo forever Astori, grazie a nome di Margherita Magagnin Astori che da anni fa tanto per questi splendidi bambini e grazie da parte mia perchè hai fatto in modo che le mie parole non restassero solo pensieri scritti in un post di Facebook o su un sito internet."

Roberta Gurrieri

energia, affetto e umanità
"Osservavano i miei occhi azzurri e accarezzavano i miei capelli lisci, quasi come a dire "ma sei reale?". Appoggiavano la loro piccola mano sulle mie braccia pallide, mi sorridevano con tanta curiosità e stupore. Probabilmente si chiedevano da dove provenissi, così diversa. Non mi sono mai sentita così apprezzata, come in quel momento. Mi abbracciavano, si sedevano sulle mie ginocchia, non mi abbandonavano un secondo. Non parlavamo la stessa lingua eppure, cercavano di mettermi a mio agio e di comunicare in modo semplice, vivace e simpatico. Alcuni di loro avevano vestitini di due taglie più grandi, una ciabatta ai piedi e una in giro per l'orfanotrofio, un ragazzo indossava fiero la sua maglietta dell'Inter. Giocavano fra terra, sassi e tanti sorrisi. Avevano il minimo indispensabile e gli importava poco.. perché ciò che reggevano in mano con più gioia era il quadernino di scuola su cui annotavano tanti vocaboli, in swahili e in inglese. Mi chiedevano il significato di alcune parole e mi sono sentita un po' nel torto in quel momento.. forse perché alla mia età a scuola ci si andava davvero troppo svogliatamente. Io non lo apprezzavo, mentre loro avevano la voglia pura di imparare. Per assurdo ho imparato di più io quel giorno.. soprattutto che cosa voglia dire "energia", "affetto", "umanità". Non sono solo bambini, sono molto di più: piccoli uomini e donne che hanno vissuto molto di più di me, che di anni allora ne avevo poco più di 16. Non avevano più i genitori, ma si percepiva che in fondo erano una grande famiglia allargata. Tanti fratelli con qualche papà e mamma in più: educatori, volontari e chi si occupa di loro. Io, lo ammetto, sono una ragazza parecchio timida e poco espansiva nei gesti, ma questi bimbi con la loro dolcezza e calore mi hanno trasmesso tantissime sensazioni. Mi ha davvero stupita la loro grande educazione, ordine e compostezza pure all'ora di pranzo: tutti in fila, silenziosi ad aspettare il loro turno, per un piatto di polenta ''Ugali''. Noi abituati ad urlare e al disordine, loro abituati a rispettare e rispettarsi. Ci ho trascorso una sola giornata estiva all'HISANI, piccola tappa durante una vacanza.. eppure si è rivelata una delle lezioni di vita più belle, che porterò sempre dentro di me! Conservo gelosamente questo ricordo meraviglioso, come fosse ieri. La ricchezza è questione di cuore, e tutte queste persone ne hanno davvero tanto! (dai bimbi, a chi ci lavora)! Un GRAZIE enorme a chi sta contribuendo giorno dopo giorno a rendere l'Hisani un piccolo mondo felice!! Grazie Margherita!!!"

Giorgia Scarioni - giugno 2008


La valigia per Mwanza
"La sento. Non mi lascia. Questa sensazione che non dovrei essere qui. Per tre anni, per ricerca, ogni giugno sono partita per Mwanza. La prima volta la valigia era piena, ma durante i sei mesi seguenti, mi sono accorta che mi mancavano tante cose. La volta dopo la valigia era meno pesante, con meno vestiti e più pile, con meno medicinali e più creme solari (non per me, ma per il mio amico Sunday), dieci barrette di cioccolato, cinque al latte, cinque fondente. Avevo anche tagliato i capelli, per la prima volta in vita mia. La seconda volta nella valigia non c'era quasi nulla: vestiti, quaderni e altre cose utili le avevo lasciate l'anno prima. C'erano ancora più creme solari, per il mio amico Sunday e per gli altri ospiti dell'Hisani, albini come lui. E gli occhiali da sole che avevo raccolto con l'aiuto dei miei amici. E dodici barrette di cioccolato, tutte fondenti, stavolta, perché Joseph e Juma mi avevano detto che a loro piaceva il cioccolato nero nero. Due barrette però non erano per loro. Una era per la mia amica, Rose, che vive anche lei a Buswelu. L'altra per i bambini dei vicini, a cui l'avevo promessa l'anno prima. Non mi piacciono quei wazungu che portano le caramelle ai bambini africani, come se fossero scimmie allo zoo a cui si portano noccioline o paperelle in un parco. Però quando porti cinque secchi di carbone con qualcuno o vai a fare la spesa dividendo i compiti, quelli non sono più bambini, sono Miriam, Baraka, Jusuf... e con loro dividi la cioccolata. Perché sei tornata a Buswelu come chi torna a casa. E poi vai a Hisani. No, non poi, subito. Poso la borsa, mi sciacquo il viso, prendo il cioccolato, gli occhiali, le protezioni e vado, risalgo il vialetto su cui ci sono ancora i segni degli pneumatici del taxi, attraverso, salgo ancora, poi a sinistra e tutto dritto fino al grande incrocio e poi ancora diritto, evitando i dala-dala e i bado-boda, poi saluto una famiglia che conosco (hanno aperto un banchetto quest'anno, la sorella è incinta), poi giro intorno alla casa argento e oro, ed eccomi. Sento le loro voci. Li spio dalla fessura del cancello per un attimo. La mia seconda famiglia. Dotto è più alto. Baraka è sempre lì con i suoi bastoncini. Non vedo Dori... "Odi!" urlo battendo al cancello. Arriva una mama ad aprirmi, seguita dai bambini. Niko mi vede per prima. "Koletta, Koletta"... quasi non riesco a entrare. C'è anche Hassani, ma questa è un'altra storia. Ed ecco Dori. La prima volta che l'ho vista aveva le codine colorate che le riempivano la testa e un dito in bocca. Per prenderle la mano mi dovevo un po' chinare. Ora i capelli sono rasati come quelli di tutti, ma il dito è sempre in bocca, con il pugno chiuso che preme contro la mia vita per farsi abbracciare. Ni na furaha."

Nicoletta


Nakupenda Africa

Quando qualcuno mi chiedeva “E dopo la laurea che cosa farai?” la risposta era sempre una: “Andrò in Africa”. Chi mi conosce bene sa da quanto tempo desiderassi partire, perché lo volessi così tanto: non so se capita a tutti quelli che una volta diplomati scelgono di andare a studiare lontani da casa propria, ma per anni ho avuto la sensazione di non avere più un luogo dove potermi sentire completamente a casa. Ovunque fossi, Ragusa (dove sono nata) o Pisa (dove ho abitato negli ultimi anni), qualcosa mancava.
Ma prima o poi si trova il proprio posto nel mondo, giusto?
E lasciare la Tanzania mi ha spezzato il cuore perché tornare per me è stato come abbandonare troppo presto l’unico posto dove, dopo tanto tempo, mi sono sentita di nuovo con l’anima riempita: nonostante la sensazione d’impotenza di fronte alle mille cose che non puoi cambiare perché non sei arrivata dall’Italia con la cura per l’AIDS e cibo e acqua in abbondanza per tutti, nonostante le mille contraddizioni interne che ogni giorno mi si palesavano davanti, la bellezza dalla quale ero circondata era talmente tanta che laggiù io bastavo a me stessa perché il viaggio che stavo facendo era alla scoperta dell’Africa fuori da me e all’interno di me, dei miei limiti e delle mie possibilità.
E la bellezza era nel percorso che facevo tutti i giorni in mezzo alla savana tra la casetta dove abitavo e l’istituto; era negli occhi scuri degli abitanti del villaggio che incuriositi sembrano sempre sorprendersi della presenza dei bianchi/muzungu; era persino nel DallaDalla, il furgoncino-autobus che ti porta fino in città e su cui avevo il terrore di salire a causa della guida giusto un po’ anarchica dei tanzaniani, ma a cui ti abitui presto; la bellezza era nelle donne e nei bambini che si emozionavano un sacco quando noi bianche andavamo a farci fare le treccine e quasi diventava una festa e una presa di coscienza per me che i piccoli che avevano la capacità di rubarmi il cuore non stavano solo dentro l’orfanotrofio, ma anche al di fuori; era nel parrucchiere per uomo che era l’unico in tutto il villaggio che ascoltava reggae a tutto volume a qualunque ora del giorno; la bellezza era nel lago Vittoria, negli aironi e nelle aquile, nelle lucertole fucsia e blu; la bellezza era Mama Letizia, che è stata la mia mamma africana; la bellezza era Nicoletta che, paziente, mi ha spianato la strada ed è stata una guida, una compagna e un’amica preziosa.
Quello che fino ad ora ho pensato di scrivere, ora che ho lasciato Mwanza da qualche settimana, rasenta molto le testimonianze un po’ retoriche e apparentemente banali di chi prima di me ha vissuto questo continente per un mese o per dieci anni: "Ti cambia la vita", “Impari a guardare tutto con altri occhi”, “Penserai sempre di volerci tornare”, “Ti sembrerà che il tempo che hai trascorso lì non sia stato mai davvero abbastanza”.
Buffo e forse anche un po’ patetico, ma effettivamente queste cose fino ad ora le ho pensate tutte. Nel modo più spontaneo possibile: in che modo ti cambia la vita? A livello pratico se scegli di vivere in un villaggio in mezzo alla savana dove le strade sono fatte di fine terra rossa, dove galli, galline, tacchini, capre, vacche e cani convivono insieme ai lati delle “strade”, in mezzo a un verde incessante e rigoglioso dove sorgono umili casette e sparsa qua e là anche qualche villa di taluni benestanti abitanti (a proposito di quelle contraddizioni interne).
Da una comoda realtà occidentale, consciamente e volontariamente catapultata in una in cui manca la luce un giorno sì e l’altro pure, così come l’acqua calda, dove impari a coabitare con insetti volanti e non, dove ti imponi un coprifuoco che a luglio è tassativo intorno alle 18.30/19.00 quando tramonta il sole e cala il buio sul villaggio, un buio che ti avvolge insieme alle stelle numerosissime e luminosissime, così vicine che pare di poterle toccare così come le nuvole la mattina quando ti svegli coi chicchirichì, ed eri andata a dormire col suono dei djembe. Pare sia normale al di là dell’equatore, eppure, quando, appena scesa dal piccolo aereo che da Dar es Salaam mi ha portato a Mwanza, alzando per la prima volta gli occhi al cielo non mi è parso per nulla normale, e la mia bocca è rimasta aperta come quella di una persona che realizza di aver messo piede sul suo sogno. E impari davvero a guardare tutto con altri occhi, gli occhi che per me erano quelli dei bambini di Hisani. Dopo tre giorni di viaggio, passando prima per il Qatar e per Dar es Salaam dove sono rimasta più o meno dodici ore ad aspettare l’altro aereo per Mwanza, il tempo di realizzare che quello era il villaggio, che quella sarebbe stata la mia casa, ero sulla strada per andare lì dove ho lasciato il mio cuore: non penso dimenticherò mai l’immagine che mi si è presentata davanti. Bussando a un enorme cancello in ferro, sentendo da fuori il vocio di bimbi, una volta entrata pensavo fosse vuoto; non poteva essere. Infatti pochi secondi dopo ecco sbucare da ogni angolo un sacco di bimbi: le parole non bastano per descrivere quello che ho provato in quel momento, non bastano per descrivere la bellezza di quei sorrisi, l’esplosione di sensazioni dentro di me. Con la semplicità di chi sapeva già che io ero senz’altro lì per loro, alcuni si attaccavano al mio marsupio, mi studiavano le mani, i capelli e il tatuaggio sul polso, i miei braccialetti di stoffa, uno di loro mi ha preso la mano per portarmi in giro, poi si è fermato, mi ha guardato rigorosamente con la manina in bocca, ha proteso le braccia verso il mio collo, ha fatto un paio di saltellini e così lo avevo già preso in braccio. Io e Dotto non ci siamo più separati, fin quando non è arrivato il giorno di andare via.
Lui e il fratellino gemello Kurwa sono per me la metafora di un continente che, se non abbandonato a se stesso, può riprendersi e ricominciare: arrivati tre anni fa ad Hisani, il loro stato di denutrizione era talmente grave che si pensò al peggio ma la dedizione, la forza di volontà e l’amore di chi li ha curati e assistiti ha permesso ai piccoli, Kurwa purtroppo con maggiori problemi del suo fratellino, di recuperare e comunque diventare due adorabili monellini.
Potrei scrivere pagine e pagine e pagine su ogni giorno trascorso coi bambini: sulla mia paura di stare loro antipatica, di non riuscire a comunicare, a farmi capire e capirli, sul timore di non essere in grado di rapportarmi in modo adeguato coi bambini malati o con terribili storie alle spalle, di non essere all’altezza di una realtà tanto diversa da quella che fino ad allora avevo conosciuto. Paure concrete sì, ma che via via svanivano perché con loro ogni giorno era diverso, pieno, vissuto fino in fondo con spontaneità.
Sento ancora nelle mie orecchie le canzoncine che amano tanto intonare, ricordo la loro candida pazienza nell’insegnarmi un po’ di swahili mentre io provavo a spiegare qualcosa in italiano, ripenso ai lunedì in cui li facevo disegnare e colorare e ai loro volti timidi quando, una volta terminato, venivano a regalarmi le loro creazioni e in quasi tutte c’era scritto Robi nakupenda ovvero “Robi ti voglio bene” con intorno cuoricini, farfalle e bellissimi fiori. Ricorderò l’affetto, i baci e gli abbracci, tutto l’amore che Dotto, Kurwa, Sada, Herietti, Sharo, Sunday, Masham, Amina, Nurudin, Pendo, Edo, Nuru, Hope, Jussuf, Maria, Janet, Rashidi, Levota, Michenghe, Ibra e tutti gli altri piccoli sono riusciti a tirare fuori da me.
Ma più di ogni altra cosa non scorderò mai tutto l’amore che ho ricevuto e che non avevo il diritto di pretendere.

Roberta Gurrieri, 28 agosto 2015

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un viaggio "speciale": un percorso di crescita e conoscenza

Quando ho conosciuto Margherita (Presidente dell'Associazione Filippo Astori) a settembre 2013 e mi ha parlato della sua associazione, d'istinto le ho detto: ad agosto 2015 verrò anch'io in Tanzania visto che lei si recava d'abitudine in quel mese. Ad agosto 2014 per vari impegni non ha potuto intraprendere il viaggio che avrebbe poi programmato per fine dicembre.
Una lampadina si è accesa nella mia mente e mi sono detta: come vorrei concludere /iniziare l'anno nuovo nei migliori dei modi? Facendo un viaggio "speciale", non il solito viaggio culturale o di mare ma un'esperienza diversa, un percorso di crescita e conoscenza. Era un desiderio che avevo già avuto in passato (non realizzato) e quindi un'occasione da prendere al volo che non mi sarei lasciata scappare!
Sono partita un po' emozionata non sapendo cosa avrei trovato e soprattutto provato. Non dimenticherò mai il nostro arrivo all'orfanotrofio il 2 gennaio scorso. Quando si è aperto il cancello, è stato bellissimo sentire le grida festose dei numerosi bambini che distavano da noi 50 metri.
Di colpo, tra tanti, ho visto un "cioccolatino" vestito di rosa che correva nella mia direzione, che si è aggrappata al mio collo e che per i successivi 12 giorni non mi ha più lasciata, praticamente sono stata "adottata" dalla piccola Sada nella sua terra. Sada è una bambina di 4 anni orfana arrivata da soli 3 mesi, ma con una grinta ed un caratterino forte che le ha permesso di socializzare subito e di ambientarsi in fretta.
Con lei e gli altri bambini, abbiamo giocato, ballato, cantato e disegnato e ci siamo coccolati a vicenda.
Al di fuori del l'orfanotrofio c'è un mondo completamente diverso dal nostro. La strada sterrata con buchi enormi percorsa a piedi tra una natura rigogliosa, i colori e i profumi della vita giornaliera, mi hanno mostrato persone amichevoli e dignitose che espongono le loro merci, donne che incessantemente lavano e stendono i panni fuori da casa, cucinano e vanno nei campi. In questo modo si ha l'opportunità di vedere e di vivere la realtà di tutti i giorni.
Sono tornata da 15 giorni e con nostalgia guardo spesso le fotografie di quei visetti sorridenti che mi hanno tanto emozionato; il mio proposito è di ritornare ancora!!!
Questo è un viaggio che consiglio a tutti per accrescere il proprio bagaglio di conoscenze ed anche perché ci sono tanti "cioccolatini" che ci aspettano a braccia aperte per riscaldare i nostri cuori.

Graziella - Gennaio 2015

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Dotto e Kurwa ... (1)
"Mi ricordo quando la mama Kurwa è venuta con i due gemellini a casa, la prima volta. Jose Luis (dr. Luigi) mi ha chiamata: "Vieni a vedere, ci sono due scoiattolini". Era domenica, stavo scrivendo.
Mi sono affacciata e ho visto Luigi seguito da una donna con un bambino "gongoni" (legato sulle spalle con un kanga), un ragazzo dell'istituto che la seguiva con un altro bambino, un po' più grande. Sono corsa dietro il gruppo, ho urlato "Odi" e sono entrata in casa di Luigi.
La donna era seduta sul divano con un neonato accanto a lei che sembrava sonnecchiare e l'altro bambino seduto sulle gambe del ragazzo. In mente ho fatto un rapido calcolo, il piccolo non doveva avere più di 4 mesi, il grande un anno e mezzo, forse qualcosa di più.
Luigi è entrato con un paio di strumenti per visitare i bambini. "Sono gemelli, si chiamano Dotto e Kurwa, ovviamente". "Gemelli?! Non è possibile..."; "Prepara del the con molto zucchero e prendi i biscotti, io intanto li visito" "Okay".
Non ero preparata. Ho preso il più grande, Dotto, per far vedere alla donna che ero contenta di conoscere i bambini e di averli ospiti. Dotto aveva una testa grandissima, Luigi mi ha subito fatto vedere che i muscoli del torace -perdonatemi il linguaggio poco "medico"- non si erano ancora chiusi, come succede a quasi tutti i kwashiorkor.
Sono andata in cucina con Dotto poggiato sull'anca, ho messo su il the, aperto un paio di pacchetti di biscotti e li ho sistemati su u piattino. Dotto ha allungato la mano per prenderne uno e, istintivamente, io gliel'ho passato, per poi toglierglielo al pensiero che potesse soffocarsi. Non sono un medico.
E se non fosse stato in grado di deglutire del cibo solido? Mi sono affacciata per chiedere alla madre se poteva mangiarlo e lei ha detto di sì.
Ho messo quattro cucchiai di zucchero in ogni tazza di thé, sperando che Luigi non notasse lo spreco. Se avessi potuto avrei messo anche del burro in quel the, così come fanno in Romania.
Ci sono voluti quattro giorni perché prndessi in braccio Kurwa. Avevo paura di fargli del male. Prima di lasciarli in istituto, mama Kurwa ha dormito alcune notti lì. In ospedale ha chiesto a una donna che conosceva l'inglese di chiedermi come avrei potuto prendermi cura dei suoi bambini se non conoscevo lo swahili.

Nicoletta


Dotto e Kurwa ... (2)
 

"Questo è il volto di Kurwa: di lui e del suo gemellino ho già scritto più volte. La loro storia è triste quanto bella allo stesso tempo, è la storia di due bimbi nati da una mamma che è riuscita a portare a termine una gravidanza nonostante fosse malnutrita. Le loro speranze di sopravvivere erano poche, soprattutto per uno.
In Tanzania mi è stata descritta come "Sindrome del gemello assassino", non sono certa si tratti di una terminologia riconosciuta ma il punto è che in grembo, per spirito di sopravvivenza, uno dei due "ruba" tutto quel poco nutrimento che arriva, lasciando il fratellino con quasi nulla.
Alla nascita le condizioni erano gravi per entrambi, soprattutto per Kurwa che era quello che aveva avuto la peggio nell’inconsapevole lotta col suo fratellino. Come se non bastasse la giovane madre, poverissima e senza cibo per entrambi i suoi figli, era costretta a scegliere chi nutrire: quello che aveva più speranze di sopravvivere o quello che stava peggio? E noi, che troppo spesso dimentichiamo quanta fortuna c’è nell’avere almeno due pasti assicurati ogni giorno, in una situazione tanto assurda quanto disperata, cosa avremmo scelto?
Saremmo stati in grado di prendere una decisione? Tu, madre, puoi decidere quale dei tuoi figli condannare? Mama Dotto na Kurwa, ha scelto alla fine e ha affidato i suoi piccoli all’orfanotrofio Hisani: i due gemellini hanno ricevuto cure e amore e grazie alla pazienza e alla forza di volontà di chi li ha assistiti fin dall’inizio, io ho avuto il privilegio di poterli stringere fra le mie braccia.
Oggi Dotto sta bene, Kurwa pure, ma la grave denutrizione con cui ha lottato prima ancora di nascere ha su di lui avuto delle conseguenze più gravi: ha un ritardo cognitivo, non parla quasi mai… ma sapete una cosa? Vede, e non si sapeva se avrebbe mai visto qualcosa coi suoi occhi perché per quasi tutto il suo primo anno di vita ha tenuto gli occhi chiusi, era troppo debole.
Cammina, e non si sapeva se mai avrebbe avuto la forza di reggersi sulle sue gambette. Viene a darti un colpetto sulla gamba e scappa via per nascondersi ridendo, ed ogni volta che ripenso a quanto era meraviglioso vederlo giocare e sorridere, è un attimo, e sono di nuovo in Africa, proprio accanto a lui."

Roberta


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